Ho appena letto la parola “Workhaolism”. Sapete che significa? Lavorare troppo!Ora vi spiego meglio. Quando ho letto questa notizia, ho avuto due reazioni opposte: stupore (“Non è possibile!”) e conferma (“E’ vero!”).Eh sì, lo ammetto: mi sono sentito tirato in causa. E un pochino la cosa mi dà fastidio. Ma che fare quindi? Cominciamo dal principio. La notizia che ho letto riporta una constatazione oggettiva e misurata: il dilatarsi del tempo dedicato al lavoro provoca l’assottigliarsi delle ore di libertà e l’egemonia della tecnologia e la costante presenza sui social network non aiutano. Questi fattori hanno determinato il delinearsi di uno scenario fortemente stressante e negativo, confermato da uno studio americano pubblicato su Forbes, secondo cui il 66% dei nativi digitali ha ammesso di sentirsi affetto da “workhaolism”, termine coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates nel libro “Confessions of a Workhaolic: The Facts about Work Addiction” e che indica “la compulsione o l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente”. Ma non è tutto,…
Oggi metto da parte per un attimo la mia voglia di prendersi meno sul serio, per dare spazio a un tema che invece serio è. E tanto. Oggi è la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, un abbraccio collettivo contro i disturbi del comportamento alimentare; un abbraccio tra chi ci è passato, chi sta lottando, chi è vicino a chi lo fa ogni istante della sua vita. Insieme anche a medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti. Oggi saranno organizzati oltre 120 incontri in tutta Italia tra ambulatori specializzati del servizio pubblico, ospedali, sedi di associazioni, teatri. Una giornata di sensibilizzazione promossa per la prima volta nel 2012 dall’Associazione “Mi Nutro di Vita” (Pieve Ligure – GE). E sapete una cosa? L’iniziativa parte da un padre, Stefano Tavilla, che ha perso la figlia Giulia a soli 17 anni per bulimia (in lista d’attesa per ricovero in una struttura dedicata) e ricorre il 15 marzo, proprio nel giorno…

